VERSO IL RITORNO DEL NUCLEARE

Il climate change che vuole l’Europa

Risorse rinnovabili e nucleare sicuro, queste sono le vie d’uscita dalla nuova crisi degli idrocarburi, secondo quando detto da Wopke Hoekstra, commissario europeo per il Climate Change, durante la lectio magistralis svoltasi di recente alla Luiss. Questo l’unico modo per sopravvivere ed evitare gli sbalzi di gas e petrolio dovuti alle guerre.

Nuclear power plant near coastline with Ukrainian flag and distant Gaza city

“In un continente povero di materie prime come l’Europa, l’unico modo per evitare di essere alle mercé delle oscillazioni del gas e del petrolio è investire subito nelle nuove fonti di energia. Dobbiamo svincolarci dalla dipendenza da Qatar e Stati Uniti”,

così il politico olandese, e per farlo “decision making e procedure amministrative vanno rese più agevoli e rapide”.

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L’Europa rischia altrimenti di restare troppo indietro rispetto al resto del mondo. Il nostro continente ha valori, capacità, formazione e risorse umane per farsi leader della transizione energetica, ma deve agire, perché l’IA richiederà sempre più risorse energetiche.

Il commissario europeo ha auspicato quindi che venga data molta più esposizione e spazio all’innovazione, al futuro, e alla cooperazione tra stati europei e nel mondo.

Make colors bold, high contrast, dynamic shapes

“L’elettrificazione, il sole e il vento devono essere i nostri obiettivi per superare le sfide europee, che riguardano: sicurezza, salute, AI e Next Generation”.

Per questo Wopke Hoekstra ha espresso la volontà che si agisca immediatamente. E se alcuni paesi esercitano il diritto di veto, allora le regole europee che consentono ad un unico Stato di bloccare le decisioni prese dal consiglio europeo vanno riviste, perché far parte di una coalizione, ha detto Hoekstra, vuol dire rispettarne le decisioni.

https://www.raicultura.it/raicultura/eventi/La-sfida-europea-al-climate-change-877161cd-a8e9-4c9e-b8b6-933b709a259f.html

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Gli hacker contro Putin

Digital World – RaiPlay

Un uomo con il mento appuntito, gli occhi stretti in un sorriso sardonico, pizzo nero e baffetti neri, faccia bianca. Vi dice niente questo identikit? Si tratta della maschera di Guy Fawkes,  un personaggio della graphic novel “V per Vendetta”, iconica immagine scelta da Anonymus per rappresentarsi.

Person wearing a Guy Fawkes mask with the Moscow Kremlin and river in the background

Ma chi è Anonymus?

Anonymous è un movimento decentralizzato di hacktivismo che agisce in modo coordinato per perseguire un obiettivo concordato.  

Così lo descrive Wikipedia.

Diventato famoso in tutto il mondo alla fine degli anni 2000, riunisce sotto il suo simbolo tutti coloro che si sentono accomunati dalla stessa filosofi: la lotta contro le ingiustizie e i poteri.

L’hacker della porta accanto.

Gli hacktivist sono hacker etici, cyber attivisti, “smanettoni” che decidono di sfidare i governi o le grandi corporation guidati dall’idea di fare giustizia, spesso seguono ideologie che venivano fatte proprie fin dagli albori dei pirati informatici.

Le azioni compiute da Anonymous sono tantissime e le tecniche le più fantasiose: contro PayPal, colpevole di aver tolto l’appoggio a Weakyleaks perché aveva “sfidato” i potenti Stati Uniti d’ America, in aiuto dei palestinesi durante la guerra, a sostegno dell’Ucraina dopo l’invasione russa.

Come fanno gli hachtivist a combattere contro questi giganti?

Person in hoodie with backpack looking through binoculars at a yacht with Russian flag on the water near rocky shore

Prendiamo ad esempio la Russia. Le azioni sono state molteplice, e hanno spaziato dal rubare e diffondere 150 gigabayte di materiale secretato dal ministero dell’interno russo al tracciamento dello yacht di Putin e di altri oligarchi russi. Ma l’iniziativa che più di ogni altra merita una menzione speciale, per la sua semplicità e allo stesso tempo efficacia, ha coinvolto i colossi google maps e tripadvisor.

L’idea è stata quella di scrivere semplici recensioni delle attività russe: alberghi, ristoranti, fiorai. Ma al posto della recensione vera e propria veniva pubblicato un report di quello che stava succedendo in Ucraina,  corredato di foto.

Un modo per sensibilizzare il popolo russo nella speranza di un’azione contro il proprio leader.

Ma non finisce qui. Le abilità di Anonymous sono molto più vaste. Tra le tecniche più diffuse ci sono quelle di modificare o bloccare l’attività di un sito, ad esempio clonandolo e cambiandone i contenuti o sommergendolo di richieste fino a mandarlo in tilt.

E poi ci sono le incursioni informatiche, come il phishing, e gli exploit ad ingegneria sociale, per ottenere informazioni segrete.

Se le informazioni arrivano da terzi, “una talpa” che è dentro il sistema ma decide di denunciarlo con una “fuga di informazioni”, abbiamo davanti un whistelblower, una “gola profonda”.



Ammettere come etica e al servizio del cittadino la libertà di violare la legge è pericoloso, soprattutto se si tratta delle regole stabilite dai protocolli di sicurezza per il web, ma allo stesso tempo poter contare su un eroe mascherato che combatterà per la giustizia è il sogno di ognuno di noi.

Capire quali sono i termini della giustizia, rispettare gli individui e i loro diritti in sistema integrato, resta il punto fondamentale per non scambiare un eroe per un criminale, o viceversa, e farci vivere in un mondo davvero sicuro.

Clicca qui sotto per aprire il link al servizio su RaiPlay.

Digital World – RaiPlay

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WORLD PRESS PHOTO

La mostra a Roma

C’è una donna sud americana, il volto straziato dalla frustrazione e dalla sconforto, ha i tratti dei nativi americani, tira a sé la maglietta di un uomo con delle scritte in inglese, si distingue chiaramente la scritta “march madness” e “Brooklyn”, non sappiamo chi la indossi perché non si vede, ma dietro lo sguardo disperato della donna, accanto alla quale le fa eco il volto triste di un’altra donna con gli stessi tratti, capiamo che deve trattarsi di un uomo che sconta la pena più grande nell’ America di oggi: non avere un passaporto statunitense.

Questa è l’immagine vincitrice di quest’anno del World Press Photo, il contest di fotogiornalismo che ogni anno premia i migliori scatti di cronaca nei cinque continenti.

“A vincere il premio è stata la fotografa statunitense Carol Guzy con lo scatto Separati dall’ICE per il Miami Herald. La fotografia, realizzata all’interno dello Jacob K. Javits Federal Building di New York il 26 agosto 2025, documenta il momento in cui Luis, un migrante ecuadoriano, viene fermato dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) dopo un’udienza presso il tribunale, e separato dalle figlie, le due donne sconvolte”.

La 69° edizione ha proclamato i  42 progetti vincitori tra 57.376 fotografie inviate da 3.747 fotografi provenienti da 141 Paesi.  Impatto, resilienza, paternità intellettuale, contenuti espliciti, sono i punti di riflessione alla base delle decisioni della giuria.

La breve descrizione che ci introduce a questo viaggio per la cronaca mondiale, recita così:

“Offrendo uno sguardo potente sul nostro tempo, le immagini premiate raccontano l’escalation della crisi climatica e il costo umano dei conflitti”.

Di fronte all’arroganza e alla prepotenza di chi usa la forza per rivendicare una superiorità autoproclamata, come nella foto vincitrice, si schierano i volti umani che resistono e cercano nella semplicità, nella dignità, nella gioia dei volti familiari, la felicità e l’amore per la vita che non vogliono perdere.

A questo contesto appartengono i volti dei prigionieri palestinesi liberati da Israele, ragazzi e uomini che sorridono sporgendosi e spingendosi dai finestrini di un pulmino, che appaiono semplici, felici e naturali attraverso le foto di Saher Alghorra. Sono liberi e sono lì, a guardare gli amici e i parenti che pensavano di non rivedere più.

Come anche, colpiscono per la stessa ricerca di semplicità, le foto di Priscilla Ribeiro a Sandra Mara Siqueira, una nonna brasiliana che ride abbracciando i suoi nipotini sul pavimento di una favela, nell’eterna attesa che le venga riconosciuta la titolarità della sua abitazione per potersi allacciare all’acqua, alla rete fognaria, e all’elettricità. Nella crudeltà dell’ingiustizia che vive, il contrasto arriva dal volto delle persone ritratte, la foto mostra infatti una donna e dei bambini felici di vivere. La sensazione che esce da queste immagini è che queste siano persone che non si fanno abbattere, che continuano a vivere senza demordere. Resilienti, e forti dei legami che hanno stretto.

“Sono presentate storie familiari, momenti ed eventi che hanno fatto notizia, così come storie rimaste inedite o poco raccontate. Le fotografie oscillano tra prospettive globali e punti di vista profondamente personali e intimi, offrendo una comprensione stratificata del mondo in cui viviamo”.

E poi c’è la resistenza delle donne Achi, una dietro l’altra, che stringono una rosa in mano e guardano con orgoglio davanti a sé negli scatti di Victor J. Blue. Queste trentasei donne hanno vinto la loro battaglia per la giustizia, dopo quarant’anni un tribunale le ha riconosciute vittime degli stupri e delle violenze subite dalle forze paramilitari.

E poi ci sono i muri trivellati di buchi di una scuola sudanese, nel confitto mondiale più cruento e crudele degli ultimi decenni, spesso dimenticato, e ancora, ci sono i ragazzi della generazione zeta, che nelle nazioni povere o in via di sviluppo cercano un’identità e combattono i soprusi governativi dietro alle bandiere di One Piece.


Questo è il nostro mondo che sta cambiando. Ci sono i bambini che continuano a morire per l’arroganza di pochi criminali, che li uccidono con i prodotti nocivi che utilizzano a dispetto delle regole ambientali e sanitarie. E ancora una volta ci sono i droni ucraini, visti stavolta nel dietro le quinte di chi li realizza: passamontagna in testa e cacciavite in mano, una serie di scrivanie una dietro l’altra, quasi un lavoro d’ufficio nella normalità del suo svolgimento, solo le maschere che portano questi uomini svelano l’orrore che sa nasconde questa immagine.

Per concludere questa breve incursione nel mondo del 2025, un’attenzione particolare quest’anno è stata data al corpo delle donne e alla maternità. C’è la maternità di chi protegge e abbraccia i propri figli davanti alla prepotenza dell’ICE, così come la maternità prepotente di chi ha voluto diventare di nuovo genitore a sessant’anni o di chi decide di diventare padre da malato terminale, e abbraccia per la prima volta suo figlio poco prima di lasciarlo in questo mondo dove la violenza fa da contraltare all’amore sconfinato e alla semplicità.

“Una mostra”, ha sottolineato il presidente dell’azienda Speciale Palaexpo, Marco Delogu, “che quest’anno espone un percorso particolarmente omogeneo e ben riuscito, con un filo conduttore chiaro: una luce che dal nero, di questi tempi bui, illumina e fa uscire testimonianze”

Le tematiche di sempre, tra tutte le guerre, la povertà e i cambiamenti climatici, sembrano guidarci dentro l’ unico tema della resistenza umana all’arroganza e alla sopraffazione.

Un’edizione meno “pornografica”, manifesta e dichiarata, rispetto alle precedenti, ma che proprio per questo porta ad una riflessione profonda sull’ultimo anno del nostro mondo.

E sempre nel quadro della ricerca della semplicità, traslata stavolta verso la naturalità degli animali, una menzione speciale va all’immagine di alcuni elefanti, fatti prigionieri e chiusi dentro ad una recinsione circolare, che spaesati ed impauriti si riuniscono al centro, prima di subire la fucilazione programmata dal governo. Sembrano chiedersi cosa sta succedendo nel loro mondo, la stessa cosa che ci chiediamo anche noi esseri umani seguendo il percorso che si dipana davanti ai nostri occhi attraverso le immagini del World Press Photo.

World Press Photo 2026, Palazzo delle Esposizioni, Roma, fino al 29 giugno 2026

Il gioco delle collisioni aeree

Il 31 marzo 2025, nello spazio aereo sovrastante l’aeroporto Roland Regan di Whasington DC, nell’arco di tre ore, dieci diversi aerei di linea registrano una serie di falsi allarmi anticollisione, che li costringono a cambiare la propria rotta, e a posticipare l’atterraggio. Il segnale che provoca l’allerta automatica del sistema anticollisione TCAS, in dotazione a tutti i velivoli di linea da oltra quarant’anni, viene inviato da un unico cyber attacco, proviene da una no fly zone, più o meno localizzata nella posizione della casa del vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance.

“Non sappiamo se si è trattato di una prova per capire la vulnerabilità del sistema o solo una coincidenza“, ha spiegato il professor Alessio Merlo, direttore del Centro Alti Studi per la Difesa, durante la Cyber crime conferenc svoltasi a Roma,

“ma la certezza che il sistema fosse fallibile di intercettazioni era emersa già ad aprile di un anno prima quando avevamo comunicato l’esito di una simulazione di un cyber attacco sul sistema TCAS”.

Il direttore del CASD, ha messo quindi in guardia su questo pericolo ricordando che l’allerta era stata mandata agli stakeholder già ad agosto 2024, quando, tramite una serie di falsi contatti aerei iniettai dall’esterno con un computer da 10000 euro e hardware SDR il CASD aveva dimostrato la vulnerabilità del sistema TCAS, un apparecchio che, sostanzialmente, invia un segnale ogni 128 microsecondi e riceve segnali nello stesso lasso di tempo, se due segnali si incrociano e la distanza dei velivoli diminuisce su una rotta costante, il sistema porta in automatico: un aereo in alto e l’altro in basso, così si evita una collisione.

Durante la conferenza si sono alternati esperti di cyber sicurezza, white hat, vale a dire hacker etici, e gestori di canali e portali digitali, ognuno ha raccontato un piccolo aneddoto, che insieme agli altri, restituisce un quadro inquietante sulla debolezza dei sistemi informatici. La cosa che stupisce di più è l’estrema facilità di infiltrazione nei canali digitali, insieme ai costi bassissimi necessari ad attuare questi attacchi, che li rendono alla misura non solo dei grandi gruppi criminali ma anche dell’hacker della porta accanto.

Group of people standing with luggage inside airport terminal watching planes land through large windows
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Per capirlo con chiarezza basta prendere in esame il caso dei dispositivi Rasberry Pi e dei POTAEbox, rispettivamente un semplice computer a scheda singola ed un device che si presenta come una scatolina, due hardware che se opportunamente manomessi con intenzioni malevole, possono entrare dentro i sistemi di gestione digitale di un’azienda e manometterla. In questo caso il racconto arriva da un ex hacker, un white hat: Luca Bongiorni, oggi cybersecurity director.

 C’è stato poi l’hackeraggio del porto di Anversa. In questo caso è stata utilizzata una “ciabatta”, all’interno della quale una banda di drug dealer ha assemblato un computer, solo pochi elementi messi insieme per mandare in tilt il sistema di gestione del porto di Anversa e delle compagnie marittime.

E per concludere l’ex hacker Bongiorni ha presentato le capacità di penetrazione di un mini case delle dimensioni di un palmo, ancora una volta con all’interno un microcomputer, che allacciato alla rete lan di una stampante,  si attivava nel momento in cui la stampante veniva messa in funzione e una volta entrato nel sistema, restava attivo in perpetuo con connessione 4 e 5 g.

“Sono device trasparenti di cui non si ha traccia nel momento in cui vengono iniettati nel sistema”,

ha detto Bongiorni, che ha fatto anche notare quale sia il territorio più facile da compromettere:

“il mouse jacking è uno dei rischi più comuni, perché impatta tastiere e mouse che restano negli uffici per anni e per questo sono molto vulnerabili alle intenzioni malevole. Tramite key logger si può intercettare il dispositivo e iniettare pacchetti di virus”.

Si tratta di esempi in cui l’intenzione malevola era esercitata da un criminale, ma nello scenario cyber in cui viviamo, tra guerre di rete e di informazioni, i sistemi cyber sono spesso anche progettati e messi in pratica dai governi.

Un caso border line è quello dello spyware Graphite, prodotto dalla società israeliana Paragon, e utilizzato per intercettare il direttore di Fanpage Francesco Cancellato, e gli attivisti della ONG Mediterranea: Luca Casarini, Beppe Caccia e Don Mattia Ferrari.

Secondo, Luca Cadonici, digital forensics expert, si è trattato in questo caso di un intervento di spionaggio ed hackeraggio con un profilo difficile da inserire nelle lacunose ed ambigue normative attuali, che prevedono la possibilità di spiare criminali e personaggi che mettono a rischio la sicurezza nazionale, ma non cittadini comuni e giornalisti.

Ma ripercorriamo brevemente l’accaduto nella Graphite Investigation.

Il 31 gennaio 2025 una fonte interna a Meta rileva lo spyware di Paragon, ed avvisa i bersagli che sono stati presi di mira. Whatsapp intercetta quindi l’attacco, che stava avvenendo inserendo l’utente in chat di gruppo ed inviando un file di spionaggio che triggerava un exploit anche senza l’apertura del file. Graphite lavorava in background, inviando i dati ad un server.

Il COPASIR, composto da cinque deputati e cinque senatori, conduce quindi un’indagine e scopre così che Paragon era stato richiesto dall’intelligence italiana. Tra le clausole del contratto era previsto che fossero intercettati solo i messaggi inviati in tempo reale con una comunicazione end-to-end, ma non i messaggi in memoria. L’intelligence può infatti predisporre intercettazioni preventive se ha avuto un via libero dalla Corte di appello di Roma, ma gli spyware possono anche estirpare dati archiviati purché si abbia un’autorizzazione del potere esecutivo. E’ qui si trova quindi un’altra contraddizione. Graphite si muoveva quindi in un contesto legale? In teoria sì, ma molte procedure sono state quantomeno anomale.

Per mitigare il rischio spyware cosa si può fare? Secondo Luca Cadonici:

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“bisogna prima di tutto disattivare le anteprime dei messaggi che sono spesso il veicolo scelto dalle spie. Si sfrutta Meta per dare comandi e Google per caricare materiale”

Tanti casi che segnalano una situazione di rischio diffuso. Ma la buona notizia è che gli utenti sono sempre più accorti, e hanno permesso alla PA di risparmiare 87000 euro l’anno scorso.

In questo cyber scenario infatti non poteva mancare la pubblica amministrazione, e in particolare PagoPA, il cui profilo di pagamento nel 2025 è stato clonato e sottoposto a phishing. Il sistema di frode è stato sconfitto in questo caso tramite le oltre 47.000 segnalazione degli utenti e la collaborazione di Google Allert, che segnalava la frode nel suo motore di ricerca.

“Gli utenti sono fondamentali per smascherare questo tipo di attacchi”

ha detto Mirko Caruso, che si occupa di rischi e sicurezza per PagoPa, e ha aggiunto

“che sono corrosivi anche della fiducia nello Stato perché prendono di mira app di utilità pubblica”, e ha sottolineato come: “la sicurezza sia in questo caso un abilitatore sociale”.

Per concludere questo piccolo viaggio nel mondo della criminalità Cyber fatto di furto di dati, soldi, identità, è importante ricordare il diritto alla segretezza e l’importanza della privacy. Lo facciamo con le parole di Pier Luca Toselli, esperto in investigazioni digitali ed ex finanziere, che citando una sentenza della cassazione del 13 ottobre 2025, ha detto:

“bisogna evitare un penetrate sacrificio del diritto alla segretezza (…), perché è illegittimo che il pubblico ministero acquisisca la totalità dei messaggi”, anche quelli non utili alle indagini.

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