WORLD PRESS PHOTO

La mostra a Roma

C’è una donna sud americana, il volto straziato dalla frustrazione e dalla sconforto, ha i tratti dei nativi americani, tira a sé la maglietta di un uomo con delle scritte in inglese, si distingue chiaramente la scritta “march madness” e “Brooklyn”, non sappiamo chi la indossi perché non si vede, ma dietro lo sguardo disperato della donna, accanto alla quale le fa eco il volto triste di un’altra donna con gli stessi tratti, capiamo che deve trattarsi di un uomo che sconta la pena più grande nell’ America di oggi: non avere un passaporto statunitense.

Questa è l’immagine vincitrice di quest’anno del World Press Photo, il contest di fotogiornalismo che ogni anno premia i migliori scatti di cronaca nei cinque continenti.

“A vincere il premio è stata la fotografa statunitense Carol Guzy con lo scatto Separati dall’ICE per il Miami Herald. La fotografia, realizzata all’interno dello Jacob K. Javits Federal Building di New York il 26 agosto 2025, documenta il momento in cui Luis, un migrante ecuadoriano, viene fermato dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) dopo un’udienza presso il tribunale, e separato dalle figlie, le due donne sconvolte”.

La 69° edizione ha proclamato i  42 progetti vincitori tra 57.376 fotografie inviate da 3.747 fotografi provenienti da 141 Paesi.  Impatto, resilienza, paternità intellettuale, contenuti espliciti, sono i punti di riflessione alla base delle decisioni della giuria.

La breve descrizione che ci introduce a questo viaggio per la cronaca mondiale, recita così:

“Offrendo uno sguardo potente sul nostro tempo, le immagini premiate raccontano l’escalation della crisi climatica e il costo umano dei conflitti”.

Di fronte all’arroganza e alla prepotenza di chi usa la forza per rivendicare una superiorità autoproclamata, come nella foto vincitrice, si schierano i volti umani che resistono e cercano nella semplicità, nella dignità, nella gioia dei volti familiari, la felicità e l’amore per la vita che non vogliono perdere.

A questo contesto appartengono i volti dei prigionieri palestinesi liberati da Israele, ragazzi e uomini che sorridono sporgendosi e spingendosi dai finestrini di un pulmino, che appaiono semplici, felici e naturali attraverso le foto di Saher Alghorra. Sono liberi e sono lì, a guardare gli amici e i parenti che pensavano di non rivedere più.

Come anche, colpiscono per la stessa ricerca di semplicità, le foto di Priscilla Ribeiro a Sandra Mara Siqueira, una nonna brasiliana che ride abbracciando i suoi nipotini sul pavimento di una favela, nell’eterna attesa che le venga riconosciuta la titolarità della sua abitazione per potersi allacciare all’acqua, alla rete fognaria, e all’elettricità. Nella crudeltà dell’ingiustizia che vive, il contrasto arriva dal volto delle persone ritratte, la foto mostra infatti una donna e dei bambini felici di vivere. La sensazione che esce da queste immagini è che queste siano persone che non si fanno abbattere, che continuano a vivere senza demordere. Resilienti, e forti dei legami che hanno stretto.

“Sono presentate storie familiari, momenti ed eventi che hanno fatto notizia, così come storie rimaste inedite o poco raccontate. Le fotografie oscillano tra prospettive globali e punti di vista profondamente personali e intimi, offrendo una comprensione stratificata del mondo in cui viviamo”.

E poi c’è la resistenza delle donne Achi, una dietro l’altra, che stringono una rosa in mano e guardano con orgoglio davanti a sé negli scatti di Victor J. Blue. Queste trentasei donne hanno vinto la loro battaglia per la giustizia, dopo quarant’anni un tribunale le ha riconosciute vittime degli stupri e delle violenze subite dalle forze paramilitari.

E poi ci sono i muri trivellati di buchi di una scuola sudanese, nel confitto mondiale più cruento e crudele degli ultimi decenni, spesso dimenticato, e ancora, ci sono i ragazzi della generazione zeta, che nelle nazioni povere o in via di sviluppo cercano un’identità e combattono i soprusi governativi dietro alle bandiere di One Piece.


Questo è il nostro mondo che sta cambiando. Ci sono i bambini che continuano a morire per l’arroganza di pochi criminali, che li uccidono con i prodotti nocivi che utilizzano a dispetto delle regole ambientali e sanitarie. E ancora una volta ci sono i droni ucraini, visti stavolta nel dietro le quinte di chi li realizza: passamontagna in testa e cacciavite in mano, una serie di scrivanie una dietro l’altra, quasi un lavoro d’ufficio nella normalità del suo svolgimento, solo le maschere che portano questi uomini svelano l’orrore che sa nasconde questa immagine.

Per concludere questa breve incursione nel mondo del 2025, un’attenzione particolare quest’anno è stata data al corpo delle donne e alla maternità. C’è la maternità di chi protegge e abbraccia i propri figli davanti alla prepotenza dell’ICE, così come la maternità prepotente di chi ha voluto diventare di nuovo genitore a sessant’anni o di chi decide di diventare padre da malato terminale, e abbraccia per la prima volta suo figlio poco prima di lasciarlo in questo mondo dove la violenza fa da contraltare all’amore sconfinato e alla semplicità.

“Una mostra”, ha sottolineato il presidente dell’azienda Speciale Palaexpo, Marco Delogu, “che quest’anno espone un percorso particolarmente omogeneo e ben riuscito, con un filo conduttore chiaro: una luce che dal nero, di questi tempi bui, illumina e fa uscire testimonianze”

Le tematiche di sempre, tra tutte le guerre, la povertà e i cambiamenti climatici, sembrano guidarci dentro l’ unico tema della resistenza umana all’arroganza e alla sopraffazione.

Un’edizione meno “pornografica”, manifesta e dichiarata, rispetto alle precedenti, ma che proprio per questo porta ad una riflessione profonda sull’ultimo anno del nostro mondo.

E sempre nel quadro della ricerca della semplicità, traslata stavolta verso la naturalità degli animali, una menzione speciale va all’immagine di alcuni elefanti, fatti prigionieri e chiusi dentro ad una recinsione circolare, che spaesati ed impauriti si riuniscono al centro, prima di subire la fucilazione programmata dal governo. Sembrano chiedersi cosa sta succedendo nel loro mondo, la stessa cosa che ci chiediamo anche noi esseri umani seguendo il percorso che si dipana davanti ai nostri occhi attraverso le immagini del World Press Photo.

World Press Photo 2026, Palazzo delle Esposizioni, Roma, fino al 29 giugno 2026

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